Autore Claudio Fagnoli

Pineta di Classe – 1916

Riprendiamo i ricordi dei tempi che furono scritti da chi fu, in un certo senso, testimone oculare, di quegli anni. Claudio Fagnoli mi ha permesso di recuperare alcuni suoi deliziosi scritti con un taglio narrativo in cui egli stesso dichiara che alcuni personaggi, pur vivi e vegeti, sono parte anche della sua fantasia.
Scrive lui stesso permettendomi di usare i suoi scritti che gli affreschi storico/locali ricostruiti nelle prime due “puntate” tuttavia sono assolutamente veri, come confermato dalle molte altre testimonianze, perciò magari per il sito potrebbero interessarle soprattutto queste prime due parti, rispetto alle tre successive più “romanzate”.
Sia come sia, ho voluto raccoglierli affinchè altri potessero leggerli.

1 – E’ GÔNFA

Quando arrivai alla Foce dei Fiumi Uniti c’erano i Ceroni col loro campeggio e poco altro.
L’insegna verniciata sul muro del grande casolare bianco recitava “Flora – Bar Restaurant”, seguita da un “Lebensmittel” di cui ignoravo il significato ma che intuivo scritto in lingua ostile, quella che tutti ricordavamo. Era la stessa in cui, solo pochi anni prima, avevamo sentito scatarrare minacce e ordini spaventosi, raschiata e acida come quelle facce senza pietà.

SEGUE

E mi dava fastidio.
Perché sembrava uno schiaffo ritrovarsi i crucchi da queste parti dopo quello che era successo, nella loro nuova veste opulenta di turisti facoltosi che venivano a godersi il sole. Avevano sfregiato mezzo mondo e perso male, ma già si erano rifatti belli vispi, gli ariani, pieni di soldi e di birra.
E proprio qui in Romagna, dove si era data la pelle pur di cacciarli a schioppettate, adesso gli scodinzolavano dietro. Dal Campeggio al bagnasciuga c’era da camminare un po’, superando una fascia cespugliosa in cui svettavano i mozziconi di un rudere piuttosto alto, una torre mezzo crollata che chiamavano “il semaforo”.
Probabile che si trattasse di un vecchio faro, forse anche di una postazione militare o magari di una vedetta di servizio per i Finanzieri, che poco lontano avevano ancora una specie di caserma dai tempi in cui queste erano le lande del contrabbando.
Mentre tuttavia le altre zone della costa, divorate dalla nuova febbre turistico-edilizia brulicavano già di cantieri e lottizzazioni, dall’estuario dei Fiumi Uniti alla Bassona del Bevano le cose sembravano piuttosto indietro.
Qui “il mare” pareva ancora quello di una volta quando, nel giorno di San Lorenzo, vi si riversavano i contadini e i paesani da tutta la Romagna per il bagno tradizionale. Carovane infinite di carri e birrocci, come quelle che si vedono nei film Western, dirette “a maréna” per quell’unica data rituale, affollando gli arenili di riviere solitamente disabitate. Certo anche qui si parlava di fare un nuovo “Lido”, con tanto di progetto urbanistico per realizzare un piccolo agglomerato, che già qualcuno proponeva di intestare addirittura a Dante Alighieri.
Per quanto imboscato, il luogo era in effetti conosciuto e frequentato da tempo, tant’è che appunto c’erano arrivati anche i tedeschi. Il curioso fatto dell’inondazione che Il Resto del Carlino riportò come “onda anomala”, sembrava aver accelerato le procedure per elevare il luogo a “frazione” comunale, con tutte le implicazioni del caso. Non si era trattato della solita mareggiata che, ormai consuetudine delle burrasche invernali, traboccava oltre la spiaggia travolgendo specialmente il tratto litoraneo più vicino alla foce, riducendo ad una palude le depressioni della vecchia risaia retrostante.
L’acqua stavolta era straripata “a ciel sereno”, improvvisa e violenta, esondando senza alcun motivo apparente e allagando tutto l’interno per centinaia di metri, pineta compresa, fino ai campi. Uno smanarverso mai visto prima. Ne seguirono altre, seppur molto meno potenti, nei mesi successivi, tanto che molti cominciavano a guardare con sospetto quel traffico di navi ben visibile al largo, a nemmeno due chilometri dalla riva.
Un misterioso andirivieni di scafi che poi si fissavano per giorni nello stesso punto dell’orizzonte, emettendo di tanto in tanto boati e frastuoni sconcertanti. “Cercano il gas” tagliavano corto quelli che sembravano i più informati, ma nessuno escludeva la possibilità preoccupante che potesse ripetersi il fatto, nella sua dimensione più grave. Per il momento comunque, in mezzo a quella che era ancora un’aperta campagna, oltre al “Flora” dei Ceroni c’era l’altro piccolo campeggio dell’Argia, fatto di casette in legno.
Si distinguevano poi un Sali & Tabacchi, potenziato a Bar e Gelateria, la caserma della Finanza e l’officina del fabbro di Classe, l’uomo che avrei dovuto incontrare quel giorno per concludere l’affare. Completavano il paesaggio un paio di casoni poderali, una bottega di generi alimentari e diverse casupole/capanno imbastite alla bell’e meglio, per le quali non occorrevano particolari permessi una volta che si era acquistato il terreno dove costruirsele.
Ed era proprio quello che interessava a me. Funzionava un po’ come per i capanni da pesca che, nel tratto salmastro dalla Chiusa di Rasponi in giù, si assiepavano a decine in corteo, sul letto di quel fiume verde e tranquillo fino alla foce, che appunto dava il nome al posto.
Se si prendeva la concessione demaniale poi ci si poteva arrangiare, con poche storie al seguito. E a volte funzionava anche senza concessione. In tutta l’area erano aperti giusto tre o quattro cantieri, gli unici a far presagire che il paesaggio, da lì a qualche anno, sarebbe stato diverso.
La pineta a Ravenna

2 – LA BÓCA DI FIÔM
A frequentare con insistenza i Fiumi Uniti giungevano soprattutto dal forlivese, in tutti i periodi dell’anno.
Adesso che quasi in ogni famiglia c’era un’automobile, li vedevi a Luglio appiccicarsi in comitiva, stretti dentro quelle vibranti lattine pigliando scossoni fino all’arrivo per poi accamparsi subito in spiaggia, trafficando tra teli, panchetti, ombrelloni e ombrelli di ogni razza, ficcando nel sabbione ramaglie e tronchi finiti lì da chissà dove.

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Il tutto per raffazonarsi qualche riparo dalla calura in cui godersi la giornata, dando l’impressione di un panorama più gitano o circense che balneare.
Erano le “vacanze dei proletari” come ironizzava sprezzante Margusôn, riccastro avvezzo a lidi e modi più raffinati. In primavera invece li trovavi principalmente riversati lungo il fiume, appostati con ogni trampolo possibile escogitato per la pesca: nasse, canne, bilancioni e bilancini a catturare di tutto, dalle gobbe ai buratelli.
E fino a settembre non mancavano neanche i più organizzati che, a gruppi o solitari, strascicavano appiedati i fondali a poche decine di metri dalla spiaggia, tirandosi dietro le reti con l’acqua fino al petto: passere, tracine, cefali le prede più ambite. Era una delle poche occasioni in cui potersi procurare del pesce da mettere in tavola, evento che non capitava spesso nell’entroterra.
A volte accostavano persino piccole barchette di pescatori veri e propri, spiaggiandosi col carico delle gabbie in cui si erano intrappolate le canocchie, scaricate poi sul bagnasciuga e vendute direttamente ai bagnanti. Dalla fine dell’estate e per tutto l’autunno, la località era invece meta ambita dai cacciatori, attratti dalla grande ultima foresta di pianura e dalle risaie dismesse, che arricchivano di ambienti umidi la linea di costa.
Cominciavano ad agosto con le tortore, proseguivano a ottobre con i colombacci in Pineta e poi anatre a non finire, appostandosi anche sulla spiaggia con gli stampi da richiamo. Lepri, starne, allodole, pivieri e pavoncelle erano carnieri offerti dalla “larga” retrostante fino a risalire tutta la Marabina, l’unica pista di polvere che conduceva alla foce costeggiando l’argine.
Anche il fabbro era un rinomato cacciatore e, oltre al mestiere che lo qualificava davanti a tutti, sembrava molto conosciuto in zona anche per la sua perizia di “armaiolo”, settore in cui aveva esteso le proprie competenze. E sì che di armi il fabbro nella sua vita ne aveva viste e maneggiate uno sproposito, da soldato prima e da partigiano poi, fino ad intendersi anche di esplosivi. Aveva raggiunto da poco la cinquantina e da giovane, dopo lo sbando dell’Ottava, era scampato ai rastrellamenti dell’Aprile ’44, scendendo dalla montagna per unirsi a quelli di Bulow.
Nella Bassa si era subito distinto per azioni temerarie, al limite della pazzia, tanto da guadagnarsi “Mirêcul” come nome di battaglia. In poche parole aveva due maroni così, ed un odio smisurato verso i tedeschi che ancora non si era spento.
A “e’ bòt”, un’ora dopo il mezzogiorno, bussai al portone dell’officina.
Venne ad aprirmi Bacaja, l’amico e vecchio collega di lavoro ai Cantieri Benini che mi aveva presentato al fabbro la prima volta, una conoscenza comune che quel giorno avrebbe fatto anche da sensale per la riuscita dell’affare. Cercavo un terreno da acquistare per tirarci su un capanno, un rustico in cui far trascorrere un po’ di bella stagione alla mia famiglia.
Se nelle altre località della riviera – diventate ormai centri balneari “In” – i prezzi erano già proibitivi, alla Foce dei Fiumi Uniti speravo di trovare qualcosa a molto meno, e il fabbro pareva disposto a vendere particelle del suo terreno a cifre ragionevoli. Avevo fatto un’offerta – un po’ bassa a dir la verità – e quel pomeriggio avrei saputo del suo esito…

3 – MIRÊCUL
“Vnìv avânti, mitìv insdē”, fu il saluto e l’invito dell’artigiano, ancora intento ad armeggiare dietro a una morsa da banco. Si pulì velocemente e venne a stringermi la mano, apprezzando di trovarmi ancora in piedi in segno di rispetto, aspettando che avesse finito il lavoro e fosse stato pronto anche lui ad accomodarsi.

SEGUE
Piccoli particolari, “cerimonie” apparentemente incomprensibili ma in Romagna assolutamente significative, oltre che regolate da codici molto precisi, seppur non scritti. “Caro il mio Bruno” esordì, “voi mi siete piaciuto a pelle da subito, dalla prima volta che vi siete presentato.
Dopo quello che poi mi ha raccontato di voi il nostro amico comune qui, il vostro vecchio collega Bacaja, vi dirò che oltre alla simpatia avete anche tutta la mia stima.
Siete una brava persona e un lavoratore leale, per me queste sono cose che contano. Quello che vi successe nello sciopero dei Cantieri, là da voi a Forlì, vi fa onore. Pochi sarebbero stati disposti a lottare senza averne alcun interesse personale, solo per difendere dal licenziamento altri operai.
E alla fine ci avete rimesso del vostro, voi che potevate tranquillamente fregarvene e fare il crumiro, leccando il culo a qualche capo. Ma avete rischiato e pagato per difendere un diritto di tutti, semplicemente perché era giusto farlo: se in questo schifo di paese qualcosina è andato avanti, caro amico, è stato solo grazie a stoffe come la vostra. E anche come la mia…
Quindi, per farla poco lunga, ho deciso che mi sta bene quello che mi avete offerto. Se allora siete ancora dell’idea, il terreno è vostro e per i soldi fate pure con comodo, sia perché mi fido, sia perché non ne ho particolare bisogno”. In effetti il povero fabbro era solo al mondo. Per una serie di circostanze tragiche, ognuna delle quali imputabile all’occupazione nazista, negli ultimi due anni della guerra aveva perso ogni persona a lui cara.
Dopo un rastrellamento, il padre e due fratelli minori erano finiti in una delle buche di Via Seganti, al Campo d’Aviazione del Ronco dove, per non perdere tempo a scavare, i tedeschi avevano preso ad usare come fosse comuni i numerosi crateri lasciati dalle bombe alleate. La madre e la sorella invece, sfollate a Forlì assieme alla famiglia dello zio materno, erano morte sotto le macerie del San Biagio, disintegrato da una bomba ad alto potenziale della Luftwaffe in Dicembre, a città già liberata.
Non si era saputo più nulla infine della Iole, la sua fidanzata di allora, scomparsa assieme alla famiglia dopo che le era stata occupata la casa da un reparto della Wehrmacht. Si diceva fossero stati tutti deportati in Germania, ma non erano mai state trovate conferme, e comunque non era più tornato nessuno a raccontarlo.
Il Terzo Reich si era insomma accanito con particolare ferocia contro di lui, sterminando ogni suo affetto.
Da qui l’odio inestinguibile e mai sopito.
A Bacàja avevano poi anche spifferato che il fabbro, finita la guerra, era ritornato alla vita civile molto tardi, rientrando nella sua casa ormai vuota parecchio tempo dopo la teorica deposizione delle armi. Alcuni sospettavano si fosse aggregato a gruppi di irriducibili, ancora armati e decisi a combattere quello che sembrava un vero e proprio tradimento. Erano reduci della Resistenza, increduli nel veder rilasciati e riabilitati nelle proprie posizioni gli stessi che avevano combattuto poco tempo prima, a prezzo di tanto sangue.
L’amnistia, promossa proprio da colui che avrebbe dovuto essere addirittura il loro capo, era stata la beffa finale. Alcuni decisero così che la giustizia se la sarebbero fatta da soli e “Mirêcul”, pieno di rabbia e senza nulla da perdere, veniva indicato tra questi. In molti avrebbero inoltre scommesso che, occultato da qualche parte, il fabbro custodisse ancora un piccolo arsenale, e forse nemmeno tanto piccolo.
Diverse volte si erano visti i Carabinieri entrare nella sua officina, per poi perlustrarne ripetutamente i dintorni. Quel che è certo è che il fabbro si era tenuto lontano dalla vita politica e soprattutto dal Pci, che invece avrebbe dovuto essere il suo riferimento naturale, almeno in teoria.
Addirittura, quando per lavoro gli capitava di trovarsi a Ravenna o in qualche altro paese vicino, nel fermarsi a bere sceglieva sempre un bar normale o un circolo di repubblicani, mai una casa del popolo. Per l’amico-sensale c’era stato ben poco da mediare in quella trattativa, terminata positivamente ancora prima di cominciare. Non restava altro che suggellare il patto con le consuete strette di mano – validate dal fermo garante di Bacàja – ed infine ottemperare all’altra usanza, ineludibile per la chiusura di qualsiasi affare: una buona bevuta offerta dal venditore del bene, ossia dal fabbro.
Questi propose di andare al Flora, perché – “Tanto ormai di crucchi in mezzo ai piedi ce ne ritroveremmo comunque, quaggiù in questa stagione poi…”. Bacàja cercò invano di minimizzare: – “Dai va là, che non siamo più in guerra via”. – “E a me i m’ dà int e’ nês li stès”, tagliò corto l’altro, che forse in guerra coi tedeschi invece ci si sentiva ancora. Era uscito senza cambiarsi, con addosso il grembiule e i panni dell’officina, la pelle delle braccia brunita dai segni del lavoro.
Si era capito che “Mirêcul” non era uno che badasse molto alle estetiche di certe formalità o alla diplomazia.

4 – E’ FUG U S’ APALÒTA
Il locale a quell’ora non era molto affollato ma, con ogni evidenza, i presenti erano proprio tutti vacanzieri tedeschi.
Al nostro ingresso il barista, da dietro al bancone, rivolse a me e a Bacàja un cenno di saluto con la testa, riservando uno sguardo preoccupato all’indirizzo del fabbro.
SEGUE
A questi non sfuggì il discrimine tanto che, sedendosi al tavolino, apostrofò l’uomo con un dialettale – “Ciô tabach, u t’ s’è imbarlê un òcc? Sta trancvèl e pörta da bē, ch’ a s’ avlém imbariaghê” Il tizio si avvicinò seccato al tavolo, rispondendo con fare trattenuto: – “Sarà meglio di no, almeno per quel che ti riguarda Mirêcul, che non hai avuto neanche la decenza di cambiarti i panni. Vedi di non combinare un putiferio come l’altra settimana, che io con questi ci lavoro”, disse alludendo agli avventori germanici lì nel salone, “comunque ditemi cosa prendete”.
– “Guarda che il porco anche se gli metti la cravatta rimane sempre il porco” – sentenziò l’altro – “per il resto a me porti un Borsci e ai miei amici quello che vogliono”.
Sia io che Bacàja, per niente a nostro agio in quella tensione, optammo per un Fernet, lanciandoci un’eloquente occhiata d’intesa per finirlo il prima possibile, pur uscire di lì al più presto. E senza grane. Il nostro tacito proposito purtroppo naufragò, non appena il fabbro si alzò dalla sedia per andare a pagare. Tre bastardacci biondi, evidentemente coinvolti nel recente “putiferio” a cui si era riferito il barista poco prima, si alzarono da un tavolino poco distante tagliandogli la strada. Gli si piazzarono di fronte tutti e tre, superandolo in altezza di tutta la testa.
– “Oh ciao te, matto di altra volta, io visto” – disse con un italiano incerto il più grosso dei tre – “te matto e tutto sporco, te non hai soldi per sapone eh?” Mirêcul rimase impassibile fissando negli occhi il nibelungo, che continuò: “Te chiedi scusa adesso, venuti per vacanza qui noi, no per vedere tua faccia. A noi piace qui, mio padre soldato qui, sempre detto Italia bella, bello mangiare, belle donne e…”
E fu a quel punto che il fabbro deflagrò. Come quando calava il martello sull’incudine, Mirêcul ripeté con velocità fulminea quel gesto a lui tanto familiare, schiantando con una parabola il suo pugno destro su quel naso ariano, facendo crollare a terra il crucco. Io e Bacàja facemmo appena in tempo ad alzarci, nell’intenzione di difendere il fabbro dalla prevedibile reazione dei due amici ancora in piedi, quando questi si videro già costretti a difendersi come potevano dai suoi colpi furibondi, sferrati con rapidità e potenza inaudita, neanche avesse avuto vent’anni.
Il barista disperato si mise a strillare come un isterico “Lo sapevo! Lo sapevo! Fuori di qui! Fuori di qui!” E ci volle uno sforzo congiunto mica da ridere, con tutta l’energia mia e di Bacàja, per trascinare di peso Mirêcul fuori dal locale, impedendogli di massacrare del tutto i tre tedeschi e peggiorare così la situazione.
Neanche il tempo di riaccompagnarlo all’officina che infatti, com’era scontato accadesse, venne fermato e preso in carico da una vettura dei Carabinieri, chiamati dal barista, per portarlo alla caserma più vicina. Per non lasciarlo solo, io e Bacàja salimmo sulla mia auto, seguendo le guardie e attendendo fuori dalla caserma il rilascio del fabbro, che avvenne solo in tarda serata. Facemmo il viaggio di ritorno tutti e tre senza dire una parola, fino alla casa di Mirêcul sulla Marabina, a nemmeno duecento metri dalla sua officina. Che stava bruciando.
Non servì a nulla precipitarsi per vedere di salvare qualcosa, le fiamme avevano ormai avvolto per intero il piccolo edificio ed il tetto era già crollato. Arrivarono i pompieri che l’incendio si era praticamente estinto da solo. Non c’era molto da bruciare lì dentro, essendo quasi tutto ferro.
L’unica cosa che risolsero fu accertare in maniera inequivocabile l’origine dolosa del rogo. Qualcuno insomma aveva dato fuoco all’officina, e non occorreva molta fantasia per indovinare chi. Ma la cosa più inquietante fu il comportamento del fabbro durante l’incendio. Una volta constatato che non ci sarebbe stato nulla da fare si era messo in disparte, con le mani dietro la schiena ad osservare le fiamme, come se non stesse bruciando qualcosa di suo. Dopodiché, rimasti ormai accesi solo gli ultimi tizzoni, avanzò con calma verso di me, prendendomi sottobraccio e dicendo, quasi con un sorriso: – “A me Bruno questa storia dell’ospitalità proprio non mi va giù.
No. Dico, questa nuova moda del turismo no?
Tutti a dire: venite qua, perché noi siamo ospitali, siamo accoglienti… Negli alberghi, nei bagni, nei ristoranti… Ospitalita’ romagnola, si sente dire no? Accoglienza! Bello sforzo.
Tutti che sbandierano ‘sta pugnetta che però non è che ipocrisia. L’ ospitalità come si dovrebbe intendere è gratis, spontanea, è una disposizione verso chi ha bisogno, una roba di cuore, non una posa in un depliant per turisti. Vorrei vedere se si presentasse un disgraziato, uno che non ha una lira né un posto dove stare, a bussare in uno di questi alberghi o ristoranti per chiedere da mangiare o da dormire.
Vedi te come farebbero presto a dargli un calcio nel culo, con la loro ospitalità a pagamento. Altro che accoglienza! Non dovrebbero neanche poterla usare quella parola, così a sproposito…” Spiazzato da quel discorso fatto così, in quel momento, mi limitai ad annuire, preoccupato che Mirêcul fosse uscito di testa.
Lui mi sorrise di nuovo e mi salutò con una pacca sulla spalla, incamminandosi verso casa.


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